Fascite plantare

La fascite plantare è la causa più frequente di dolore sotto il tallone. Riguarda la fascia plantare, una robusta lamina di tessuto connettivo che va dal calcagno alle dita e che funziona come un ammortizzatore e come una molla durante il cammino e la corsa. Quando il carico supera in modo ripetuto la capacità di adattamento di questo tessuto, si sviluppa una sofferenza degenerativa nel punto di inserzione sul calcagno.
Fascite o fasciopatia
Il termine "fascite" suggerisce un processo infiammatorio, ma l'analisi dei tessuti mostra soprattutto alterazioni degenerative delle fibre di collagene, simili a quelle delle tendinopatie. Per questo molti autori preferiscono parlare di fasciopatia plantare. La conseguenza pratica è la stessa vista per i tendini: il riposo puro raramente risolve, mentre il carico progressivo e il lavoro sulla forza sono efficaci.
Cause e fattori di rischio
- aumento improvviso del cammino o della corsa, cambio di superficie o di scarpe;
- lavoro che richiede molte ore in piedi, soprattutto su superfici dure;
- ridotta mobilità della caviglia in flessione dorsale e rigidità del tricipite surale;
- debolezza della muscolatura intrinseca del piede e dei flessori delle dita;
- piede piatto o piede cavo marcato, che alterano la distribuzione dei carichi;
- sovrappeso, che aumenta in modo diretto la tensione sulla fascia;
- calzature usurate o con suola eccessivamente flessibile.
Lo sperone calcaneare, spesso trovato in radiografia, non è la causa del dolore: è presente in molte persone senza sintomi ed è una conseguenza del carico, non la sua origine.
Sintomi
Il segno distintivo è il dolore ai primi passi del mattino o dopo un periodo prolungato di riposo, localizzato sulla parte interna del tallone. Il dolore si attenua dopo qualche minuto di cammino per poi ripresentarsi a fine giornata o dopo attività prolungata. Alla palpazione la zona di inserzione sul calcagno è chiaramente dolente. Nelle forme croniche compaiono difficoltà a camminare a piedi nudi e limitazione nelle attività sportive.
Diagnosi
La diagnosi è clinica: la storia dei primi passi del mattino e la dolorabilità localizzata sono altamente indicative. L'ecografia può misurare l'ispessimento della fascia e confermare il quadro. La radiografia serve solo se si sospetta una frattura da stress del calcagno. Vanno escluse altre cause di talalgia come la sofferenza del nervo di Baxter, l'atrofia del cuscinetto adiposo o una radicolopatia lombare.
Trattamento fisioterapico
Controllo del dolore
Si riducono temporaneamente i carichi più aggressivi senza sospendere il cammino. Sono utili tecniche manuali sulla fascia e sul tricipite surale, onde d'urto, laser ad alta potenza e tecarterapia. Il taping può ridurre la tensione nelle fasi più acute.
Mobilità
Si lavora sulla flessione dorsale della caviglia e sull'estensibilità del polpaccio, che nella maggior parte dei casi risultano limitate. Lo stretching specifico della fascia plantare, eseguito prima di alzarsi dal letto, è particolarmente efficace sul dolore mattutino.
Rinforzo progressivo
Il programma centrale prevede esercizi di sollevamento sul avampiede a carico crescente, eseguiti lentamente e con le dita in estensione per coinvolgere la fascia, insieme al rinforzo della muscolatura intrinseca del piede. La progressione è lenta e va mantenuta per almeno tre mesi.
Calzature e plantari
Si valutano le scarpe usate quotidianamente e nello sport. Un plantare su misura, quando indicato da una valutazione baropodometrica, può ridistribuire i carichi e sostenere il percorso riabilitativo, ma è un supporto e non un sostituto dell'esercizio.
Consigli pratici
- evitare di camminare a piedi nudi su superfici dure nelle fasi sintomatiche;
- eseguire lo stretching della fascia prima di scendere dal letto;
- aumentare i chilometri di corsa in modo graduale, mai oltre il dieci per cento a settimana;
- sostituire le scarpe da running quando la suola è visibilmente consumata;
- applicare freddo locale dopo attività prolungate se il dolore si riacutizza.
Tempi di recupero
La fasciopatia plantare risponde bene ma lentamente: i primi miglioramenti si osservano di norma dopo quattro-sei settimane, mentre il recupero completo richiede spesso tre-sei mesi. Interrompere il programma appena il dolore si riduce è l'errore che porta più frequentemente alla ricaduta.
Contenuto a scopo informativo. Non sostituisce la valutazione di un professionista sanitario.